R I G O M A G N O . I T [settore storia]
proloco
Fra Dionisio da Rigomagno

P. Azzolini Ugurgeri,
Fasti Senesi, Tomo I

da: Adolfo Ferrari,
Monografia Storica Statutaria del Castello di Rigomagno, 1901

[...] Esiste un manoscritto inedito nel R. Archivio di Stato in Siena, nel quale con evidenza, e con la massima fedeltà vengon riprodotte le gesta del Nostro [Fra Dionisio da Rigomagno], così crediamo di far cosa doppiamente grata a chi gentilmente ci legge di pubblicare per intero quel manoscritto, annotandolo solo quando farà duopo. In esso vien narrato ciò che fece Frate Dionisio per il suo Rigomagno, né si può credere che l’autore del manoscritto, che fu il P. Azzolini Ugurgeri possa aver fatto delle iperbole, sulla vita e sulle vicende di lui. Il documento che è del secolo XVII, conserva tutta quell’impronta particolare degli scrittori di cose ascetiche di quel tempo, alternanti nei loro scritti, la storia alla mitologia, facendo sfoggio di pesante erudizione, di critiche filosofiche molte volte fuor di luogo, e di lunghe citazioni di antichi scrittori.
Il manoscritto fa parte dei Fasti Senesi, e propriamente del Tomo I (f.° 195 tergo), e conservasi inedito nella Biblioteca presso il R. Archivio di Stato Senese, ed ha per titolo: «Del Venerabile Fra Dionisio da Rigomagno, Terra di Siena».
Io mi atterrò fedelmente alla grafia del documento, come viene oggi imposto dalla critica, a chi pubblica memorie e manoscritti antichi.

«Il principe dei filosofi peripatetici, Aristotile, fu per tempo di vent’anni discepolo di Platone in Atene, tra i suoi coetani eccellentissimo d’ingegno e sempre dal mondo ammirato, nella deformità del suo corpo nascose un animo bellissimo, e nella bassezza della sua statura uno spirito altissimo, il quale volò con tanta sublimità sopra tutti gli ingegni humani che fu chiamato dai dottori il miracolo della natura, il lume d’ogni intelletto, il confine degl’ingegni, idea esemplare di tutti i filosofi, il lume d’Atene ed il sole del mondo. In Macedonia fu gratissimo al Re Filippo, il quale gli consegnò Alessandro suo figlio in età di quindici anni perché l’ammaestrasse, ed Aristotile per molti anni insegnando ad Alessandro lo fece tanto erudito che non fu forse minore nella dottrina che glorioso nelle armi, e nell’una e nell’altra con grande ragione detto il grande; e delle sue fatiche non chiese altra ricompensa ad Alessandro se non che egli riedificasse la sua patria, stata distrutta da Re Filippo suo padre, e l’ottenne.
Nell’anno 1285 la Repubblica di Siena si reggeva a parte guelfa, havendo scacciati quelli che tenevano la parte ghibellina. In questo tempo passò ad altra vita il Re Carlo di Napoli, il quale in Italia si era fatto e dichiarato capo della parte guelfa; dalla morte di questo gran principe, i Guelfi di Siena, anzi di tutta Italia, presero molto dolore, perciocchè con molta fede e costanza gli haveva sempre difesi, aiutati e protetti. Quindi i Ghibellini ribelli, messo insieme buon nervo (per nerbo, schiera di uomini armati. V. Fanfani), occuparono Rigomagno, il Poggio di S. Cecilia, castello fortissimo di sito, posto nel confine di quelle due parti dello Stato di Siena che si chiamano la Scialenga e la Valdichiana, e luogo proportionatissimo (proportionatissimo, voce antiquata: sta qui per adattato) a farci la sede loro, e quivi, con l’aiuto de’ Ghibellini di Arezzo i cui confini erano poco lontani, per turbare la quiete non solamente dello Stato e città di Siena, ma di tutta la Toscana (Tommasi. Historia Senese, P. II, libro 7, f° 107). I Senesi di parte guelfa ne presero grandissimo terrore onde dubitando che non diventassero perpetuo nido di Ghibellini vi mandarono grosso esercito capitanato dal Conte Guido di Monforte, il quale, benchè con gran stento, finalmente le riconquistò, ed i Senesi, volendo sfogare la rabbia contro i Ghibellini né potendo perché si erano salvati nell’Aretino, sfasciarono e rovinarono e distrussero fino a’ fondamenti quelle due innocenti castella (Malavolti. ibid, parte II, libro III, f.° 46.) che altra colpa non avevano che d’avere per forza ricettati i Ghibellini, capo dei quali si era fatto Niccolò Buonsignori, accompagnato dai Forteguerri, Pagliaresi, Salvani, Ugurgeri, Ragnoni ed altri grandi della medesima fazione ghibellina: il Poggio allora restò sepolto nelle sue rovine, ma Rigomagno provò miglior fortuna.
Viveva in quel tempo un religioso domenicano, il cui nome era Fra Dionisio da Rigomagno, il quale haveva abbandonato il mondo, e col mondo la patria, da servire all’uomo savio la medesima come orizzonte alle stelle per nascita, non per sepolcro, per perdere ivi la prima luce e quasi l’aurora della sapienza, dipoi salire ad altri paesi sino a trovare il più alto e lucido mezzo di che egli faccia in terra. Chi va lontano dalla patria fa come la lussuria che quanto più si dilunga dal sole, tanto più s’empie di luce cui intendendo quei saggi huomini, era la vita loro, così parla Panetio un perpetuo andare a caccia or nella Grecia or nello Egitto or nella Persia or nelle Indie dove la speranza di miglior preda invitando traheva. Così Pittagora, Socrate, Platone, Democrito, Diogene, Anassagora e cento altri corsero stranissimi climi, e ne colsero il meglio; simile a certe avventurose fonti, le quali ne’ pellegrinaggi che fanno per le viscere della terra passano per mezzo di pretiose vene chi d’oro o d’argento, chi di smeraldi o di zaffiri ne bevano e portan via il più bel fiore delle loro salutevoli qualitadi. E quelli antichi savi della Grecia dicevano la verità naturale del Cielo essere pellegrina della terra né trovarsi altrimenti che pellegrinando.
I vapori della terra mai prendarebbono forma di stelle se, lasciata la patria dov’erano fango, non corressero dietro il sole. Non sono gli uomini come i pianeti che habbiano maggior virtù allora che sono in casa propria, anzi molte volte avviene che Matregna provano la patria e madre la terra forestiera (Cfr. il noto adagio: Nemo propheta in patria), a guisa di certe piante che dal natio lor suolo ove furno nutrite con velenosi humori trasportate a straniero clima, nel pellegrinaggio perdono la forza di nuocere e trovano con innocenti sapori, virtù di salutifero alimento.
Ma torniamo al nostro Fra Dionisio: subbito ch’arrivò l’infelice avviso dell’eccidio della misera patria hebbe a morire per il dolore che ne hebbe tanto è radicato l’amor della Patria nei petti umani e dopo molte giravolte di pensieri determinò tornare a Siena per tentare nuova vita al luogo ov’egli nacque ed impetrare dai Senesi il perdono ai suoi paesani loro sudditi e vassalli.
Ma ferma il piè Dionisio, pensala meglio! Non sai che per havere dato ricetto a’ ribelli son caduti in delitto irremissibile di lesa Maestà? Oh dirai che in Siena sotto questo reggimento governa la tirannide, che le leggi, i privilegi, la libertà della patria sono ricolati, che i maestrati si reggono senza leggi, che l’imbasciate, le preghiere, le sobmissioni tante volte fatte dai Ghibellini alla reggenza non hanno punto profittato per la pace e quiete della città; ma insuperbita la parte avversa la quale ha stimato e stima questi officiali per effetto di debolezza nella parte contraria e non per desiderio di una vera pace. Non importa; predicò S. Pietro: se non comanda almeno consiglia che s’ubbidisca a’ superiori benchè discoli e cattivi, e S. Paolo soggiunge che le devote menti faranno oratione appresso Dio acciò che Egli con più chiara luce di retta intentione illumini l’intelletto a chi governa, e molti buoni cittadini in simiglianti emergenze s’eleggono più tosto un volontario esilio, che con evidente pericolo macchinare cosa alcuna contro la Repubblica. Anzi S. Agostino dice da Tiranni nel modo suddetto ne cava lode, o guadagnandoli con gl’ossequi o sopportandoli con patientia ma mai con dare loro la morte.
Che però il Concilio di Costanza condannò l’errore de’ Tirannicidi, ed ordinariamente non è lecito ad alcun muover guerra con il suo sovrano, né per legge di natura, né per l’ebrea, né per la evangelica, né per censure, né per fatti, o esempli degli antichi (Grotius, de bello, libro I, Cap. 4.). Onde Tacito diceva che il lusso e l’avaritia di chi domina si dee sopportare come le pioggie e gli altri mali della natura (Tacito, Historie, libro 20, tit. II); ed altrove falsamente si vagliano del vocabolo di libertà coloro i quali degenerando da loro antenati, con gran danno del pubblico non hanno speranza alcuna di bene se non per mezzo delle discordie (Tacito, libro 20).
Altrove esageravano la libertà per sovvertire l’impero, e quando hanno sovvertito questo, si voltano contro la libertà per dominare (Ibid, libro 16. Sta bene anche a molti funanboli d’oggi).
Finalmente, dice Livio, che si come dobbiamo rammorbidare (Rammorbidire, piegarsi), la durezza de’ nostri genitori col patire e sopportare così quella della patria, sicchè Dionisio non venir più avanti, ferma il piede, non ti avventurare ad inremediabile affronto. Non ti far scudo dell’abito Religioso, perché non ci è natione che più della Senese sia pia ed amatrice degli ecclesiastici, ma come si motivano interessi di Guelfi e Ghibellini entrano in tal furore che come cani arrabbiati, come feroci leoni sbranerebbero chiunque si portasse loro avanti che fosse di fatione contraria, quantunque fosse coperto, come già favoleggiavasi, di piastra e maglia affatata: non c’è rimedio. Eccolo avvisato. Volando a Siena, perché l’amor della patria gl’haveva aggiunto l’ali, ma per il viaggio aveva dato prima una scorta ed un’occhiata alla rovinata sua patria e con ambedue gl’occhi fumanti pianse quell’eccidio più dirottamente che non pianse Enea l’incendio di Troia, compiacendosi d’essere nato in humil luogo così oscuro quanto Biante d’essere nato in Pirene, Pittagora in Samo, Democrito in Alderite, Aristotile in Stagira, Teofrasto in Lesbo, piccoli e ignobili castelli. Esilite, nobilissimo poeta, Hippocrate, Pupe de Medici, Xia ed Apelle, che furno i più eccellenti tra gli scultori e di pittori di CHOO (Così nel testo, per Scio), che è una piccola isola del Mare Egeo; finalmente baciò più volte quelle rovine, come fossero state l’ossa della madre comune, e con un certo fatal istinto gl’augurò da quelle ceneri come alla fenice novella nuove e lunga vita.
Così fu; perché arrivato, come dicemmo, a Siena, supplicò il Senato di essere pubblicamente sentito, fu deistantemente compiaciuto ed assegnatoli gratiosamente il tempo e l’ora dell’udienza.
Allora Dionisio seguendo l’esempio dei popoli di Bettulia, quali essendo loro avvisato da Achior, l’esterminio che della patria loro Holoferne minacciava fare, caddero bocconi ed orando S. B. M. e con grandissime lacrime e lamenti unitamente porsero a Dio infiammate preghiere per tutto un giorno, e la notte seguente tutto il popolo si riddusse ad orare parimenti in Chiesa e domandare aiuto al grande Iddio per difendere la patria loro, la quale poi per opera della bella Giuditta ispirata da Dio, fu liberata; egli così ridottosi nel nostro tempio si pose a fare ardentissima oratione alla Divina Maestà, supplicandola che gli dasse tale eloquentia, quale era necessaria per ammollire l’impetrati cuori di chi reggeva la Repubblica contro i Ghibellini e quelli che da essi erano creduti loro amici e fautori: vi aggiunse rigorosi digiuni, severe discipline, ed ogni altra sorta di mortificazione per ottenere più facilmente questa gratia da Dio, a cui per la bontà della vita era accettatissimo, e molto prima era in possesso di molte segnalate gratie ricevute dalla Divina Maestà.
Arrivato il tempo prefisso alla pubblica Audienza, Fra Dionisio confidato in Dio alla cui benignità haveva raccomandato il negotio che portava, si presentò umilmente al Senato ed havuta la licenza di liberamente parlare è fama che egli dicesse così: ‹Signori, sono molti e molti anni quando partii dal mio convento di S. Domenico in mia gioventù, così comandato dall’ubbidienza per andare a studio in altri lontani paesi secondo la costumanza della nostra religione, e posso dire di havere veduto buona parte dell’Europa, nonchè d’Italia, e salutate almeno con l’occhio, se non con l’intelletto, le più famose e rinomate accademie, ma dire la verità senza interesse o alcuna compiacenza non ho trovato in così lungo pellegrinaggio Arcadia più bella della nostra Toscana (Non sarà fuor di luogo richiamare all’attenzione del lettore la denominazione di Arcadia, data poi alla celebre Accademia poetica della quale tutti sanno), e particolarmente di quella gran parte che io lasciai sotto il dominio di Siena; venuto il tempo di rimpatriare arrivai a Fiorenza ove intesi che detta Arcadia era diventata un’altra Libia, tanto il paese è inaridito, deserto e rovinato, onde grandemente curioso di rivedere che cosa fosse di Rigomagno, mia patria, mi partii alla volta d’Arezzo, ed entrato nella Val di Chiana Senese, trovai spettacolo tale quale trovò colui appo Tullio, per cui si doleva che in certa parte della Grecia, tot oppidum cadavera proiecta jacenti: avanzo il passo ed alzando gl’occhi verso lo scosceso monte veggio il mio Rigomagno ed il suo nome sepolto nelle rovine perché...Sors etiam saxis nominibus venit. Non vi fossi mai andato perché quel che non vede l’occhio il cuore non duole, disse San Bernardo. Ascendendo il monte e veggendo tale eccidio con le lacrime superai il pietoso Enea, quando pianse amaramente Troia, sua patria, fatta cibo delle fiamme. Cercavo di confortarmi perché è sollievo ai miseri havere compagnia nelle afflitioni con la rimembranza di tante altre grandissime e nobilissime città, con le quali con gl’edifizi è seppellito il nome, ma per questo non mi poteva consolare, perché il male altrui non sollieva il mio. Andate per gratia, andate voi a vedere quel paese, che era la più bella parte del vostro Stato, e se non vi pentite di averlo ridotto così, me ne fate la gratia che son per chiedervi. Direte già lo sappiamo perché ci è stato detto da altri, ma di gratia andate.
Segnius irritant animas demissa per aurem.
Quam quae sunt oculis subiecta fidelibus et.
Quae Ipse sibi tradit spectator. (Orazio. Epistola ai Pisoni)
Ora son io qui prostrato ai vostri piedi e vi domando pietà alla mia patria. Gli altri oratori raccomandano la patria loro dall’utilità, che la Repubblica ne può sperare, io raccomando la mia dalle miserie nelle quali l’havete posta. I Principi magnanimi non sentono minore letitia in beneficare ricchissimo gentilhuomo, salito al fior delle sue grandezze, che aiutare un povero Vassallo, caduto in estrema miseria, né pigliano minor diletto di vagheggiare ne loro giardini cedri fecondi, palme robuste, ed alti cipressi, che i bossi benchè sterili, le ginestre benchè pieghevoli e le fravole benchè humili e serpenti per terra. So che nell’ampiezza del vostro dominio si trovano terre così belle, grandi et opulenti che non invidiano a molte altre città, se non il nome, amatele, favoritele, custoditele, difendetele a dovere, ma ricordatevi ancora di quei poveri castelli che sono stati desolati, tra gli uni è Rigomagno, e non sa perché diede ricetto a’ Ghibellini, sì ma per forza, e da quella congerie di pietre e di sassi scaturiscono sino ad ora vene di tanto pianto e tante lacrime in emenda di quella colpa che voi credete volontaria fosse, , che io feci colmo il vaso del mio cuore di quel cristallino ed amaro liquore con il quale dalla tazza dei miei occhi che n’offerisco lacrimanti potrete finire d’estinguere quelle faville che fossen rimaste di sdegno contro quello sfortunato paese (Tommasi, Historia, libro I, f.° 21). Oh Dio! se fate così a tutte le vostre terre e castelli, a chi comanderete? Se quando Gneo Pompeo saccheggiò Siena ed i soldati di Silla pessimamente la trattarono, havessero usato la medesima fierezza e crudeltà che usarono con Populonia ed altri luoghi di questo Stato, Signori, dove havreste il vostro palazzo, chi sarebbero i vostri sudditi? Se Siena fosse stata spenta a fatto dalla incursione de’ Barbari, e non che fosse rimasta doppo tante cose avverse in pie di qualche modo (come pur Pisa, Firenze, Perugia) dove vi trovereste e in che stato? E Rigomagno ha ricettato i Ghibellini, dunque in pena si doveva spianare sino a fondamenti? (Signori mi compatischino) Signori, no nella clemenza deesi seguire l’esempio anche de’ nemici. L’anno 1273 i Guelfi di Siena, ritiratisi nel castello di Pari del vostro Stato, furono assaliti di notte dai Ghibellini, molti ne ammazzarono e molti ne fecero prigioni, tra i quali Ridolfo Orlandini signore della Triana, capitano di quelle genti guelfe e fu decapitato ma la terra non fu offesa in parte alcuna, né mossa una pietra dall’altra, perché la guerra si fa con gli huomini e non co’ sassi. Eppure fu il medesimo caso di Rigomagno sventurato. Dunque volete lasciarvi vincere di pietà dai Ghibellini tanto decantati per crudeli? Misericordia, misericordia al povero Rigomagno, compassione, compassione a quei poveri popoli i quali senza casa e senza tetto hanno lasciato quelle poche zolle incolte e già selvatiche e se ne vanno raminghi per il mondo. Allettateli al ritorno, guadagnatevi i loro cuori, con rifarli un poco di nido nel quale sotto il vostro, da lor bramato, dominio possino vivere e morire. Non hanno da essere Palazzi, ma capanne, tuguri, casetta da povera gente. Il vostro Erario non scapiterà molto perché già il male c’è ed alle maestranze ed alle altre fatiche, che alle fabbriche si ricercano concorreranno a gara con le proprie persone. Ed io prostrato ai vostri piedi mi restarò per sicuro fidejussore della loro inviolabile fede›.
E gettatosi in terra orò più efficacemente con humiltà che fatto non haveva con le parole. All’improvviso viddesi un manifesto miracolo. Spezzarsi quei cuori di diamante non col sangue del Hirco, ma colle lacrime di Fra Dionisio, che sono il più puro sangue del cuore: lo fecero subbito levare in piedi ed a viva voce con voti unanimi li concedettero quanto aveva domandato e diedero ordine che quanto prima si richiamassero quei paesani e si riedificasse il castello a spesa della Repubblica, come speditamente fu fatto nel monte detto Oliveto, dove prima era posto (L’autore ha errato dicendo che Rigomagno fu costrutto dove prima era posto, perché la nuova ricostruzione dovuta a Fra Domenico ebbe luogo sul culmine del monte detto Oliveto, di molti metri superiore all’antico Rigomagno), anzi che di più fu conceduta a quegli huomini l’esenzione da qualsivoglia gravezza per cinque anni e ciò fu l’anno 1291 come scrive il Tommasi (Tommasi, Historia Senese. P. II, libro 7, f.° 134). Per questo successo Fra Dionisio salì a tanto grado di bontà e di dottrina che nelle materie di coscentia in poco tempo diventò l’arbitro anzi l’oracolo di Siena. Chi correva a lui per consigli, chi per ammaestramenti nella vita spirituale, chi per aiuto nelle necessità, chi per consolatione nell’avversità, chi per compagno nell’allegrezze, chi per alleggerimento dalli scrupoli, chi per la decisione di dubbiosa, chi per esempio d’operare virtuosamente, chi per infuocarsi dei suoi profittevoli ragionamenti, e tutti per imparare da lui la vera strada del Paradiso, che havendogliela con le sue sante operationi appianata ed insegnata, similmente venuto il tempo della sua morte, si fece lor guida, avvicinandosi all’eterna beatitudine».

(Non sarà discaro ai lettori che io dia loro un cenno sull’Azzolini Ugurgeri, Autore del manoscritto da noi pubblicato, di parecchie opere filosofiche e dell’importanti «Pompe Senesi» date in luce al suo tempo. Vestì l’Azzolini fin da giovinetto l’abito di S. Domenico nel Convento di Siena, e professò in quella Religione nel 1623. – Compiuti i suoi studi filosofici e teologici, fu ben presto dichiarato lettore, acquistandosi grande reputazione. Insegnò in vari Conventi dell’Ordine e per il suo sapere ottenne la Cattedra di Teologia nella Università di Pisa. Da questa passò a quella di Siena in qualità di professore di filosofia e teologia, e quivi fu eletto Consultore dello Studio. Visse sotto Alessandro VII lungamente a Roma nel Convento della Minerva, e fu pure Consultore del S. Uffizio. Tra le molte cose da lui scritte oltre le «Pompe Senesi», edite a Pistoia, notevoli di ricordo sono i «Fasti Senesi», tuttora inediti, e dai quali ho tolto le notizie su Fra Dionisio da Rigomagno, e finiti di scrivere per testimonianza dello stesso autore nel 1649. A Fra Isidoro non mancarono le onorificenze fra i suoi correligionari, dei quali fu più volte Priore. Appartenne come accademico Filarete nell’accademia degli Imbronati, e si chiamava col nome di Dozzinale. Morì in Siena nel convento dei Domenicani il 4 Ottobre 1665 e fu sepolto nella Chiesa di S. Domenico nella stessa città.)