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“BRUSCHETTA E FETTUNTA”
ovvero: 4 settembre 1260, questa è la vera storia della battaglia di Montaperti

 

siena firenze



Il suono delle chiarine intervallava il rullio dei tamburi che accompagnavano il marciare delle truppe senesi.
Sul Poggio delle Ropole, gli stendardi colorati dei Terzi di Siena si stagliavano nel cielo settembrino e precedevano i cavalieri che a loro volta precedevano i fanti. Era la terza volta, in verità, che sfilavano, ogni volta con abiti diversi, sotto gli occhi del nemico fiorentino che li stava osservando dalle alture vicine credendo che fossero tre volte quelli che in realtà erano.
Tra i fanti senesi c’era anche un certo Gieppo del Brusca detto il “Bruschetta”. Non era alto e neppure bello il Bruschetta, ma era forte e fiero. Capo grosso, naso piatto e orecchie a sventola; pochi capelli in testa ma due braccia muscolose avvezze a tagliar legna e svelte a menar botte le sere all’osteria. Proveniva dalla campagna di Rigomagno (a sud di Siena). Pare fosse parente di un certo Dionisio che di lì a pochi anni sarebbe divenuto quel famoso Fra Dionisio di cui tutti i rigomagnesi ben sanno. Bruschetta non era uomo d’armi e quindi era stato spostato nelle retrovie come addetto al vettovagliamento. Siccome i tempi erano quelli che erano, di cibo non è che ce ne fosse tanto e così finiva che tutti i giorni doveva portare sempre e solo un po’ di pane abbruscato sopra la brace con un po’ di olio, tanto che quando i soldati lo vedevano arrivare gridavano: “di nuovo Bruschetta!”
Là, sul crinale del Poggio delle Cortine, tra i fiorentini che stavano a guardare, c’era un certo Lapo De’ Pazzi. Lapo era un nobile fiorentino alto e magro, con naso aquilino e capelli neri, lunghi e untuosi. Era svelto di mente e di lingua. Svelto a metter su zizzania e ancor più svelto a defilarsi. Era anche veloce ad entrare ed uscire dai letti delle nobildonne fiorentine. Gli amici lo chiamavano “Fettunta”. Non sappiamo se il soprannome gli derivasse dai capelli untuosi o dal fatto che fosse così veloce a scivolare, come cosa untuosa, tra le mani dei mariti cornificati. Ora, siccome aveva fatto torto ad un certo Iacopino Rangoni, comandante delle truppe fiorentine, andando a letto con sua sorella; il Fettunta venne degradato da cavaliere a faccendiere e inviato a portare il cibo ai soldati. Tra i Guelfi non è che di cibo ce ne fosse in abbondanza e la cosa più facile da reperire era un po’ di pane raffermo e qualche goccia d’olio. Quindi il Fettunta si era inventato una nuova ricetta: pane abbruscato e olio. Quando i soldati lo vedevano arrivare gridavano: “anche oggi Fettunta!”
La mattina del 4 settembre 1260, mentre la nebbia si stava lentamente diradando sotto i primi timidi raggi di sole, le truppe ghibelline di Siena erano già schierate nella piana dell’Arbia e le truppe fiorentine, ingannate dal gran numero dei nemici, stavano ormai decidendo di tornare a casa, quando lo squillo di una chiarina senese impartì l’ordine d’attacco.
I cavalieri si mossero prima lenti, poi al trotto e poi al galoppo. Fu subito stridore di ferro, urla, grida, sapore di sangue, nitriti di cavalli, scalpitare di zoccoli. Seguirono i fanti, carne da macello, le frecce volarono alte in cielo ed oscurarono il sole, caddero in molti: 10.000 fiorentini e 600 senesi. Poi fu solo silenzio.
«Lo strazio e ’l grande scempio che fece l’Arbia colorata in rosso» (come scrisse Dante nel canto X dell’Inferno).
Mentre la battaglia infuriava selvaggia, il ghibellino Bruschetta che, come dicevano dalle sue parti «era brutto ma mica tonto», si era nascosto dentro ad una macchia.
Ed il suo pari, il guelfo Fettunta che, come dicevano dalle sue parti «era fetente ma mica grullo», anche lui si era nascosto dentro una macchia.
Ora il caso volle che la macchia fosse la solita. E mentre fuori quell’altri si stavano ammazzando, loro se ne stavano lì zitti, zitti, senza sapere l’uno dell’altro.
Quando si fece notte, il silenzio calò e non si udiva ormai più un lamento, il Fettunta uscì dalla macchia e disse: «Maremma maiala che casino!»
A quell’imprecazione anche il Bruschetta saltò fuori dalla macchia e disse rivolto a Fettunta : «Fermo lì! Se ti movi ti dò na’ tronata tra il capo e il collo che te la ricordi per tutta vita!»
«’I che tu voi grullo? O che un lo vedi che so tutti morti? Voi ammazza anche me, così rimani solo? Falla finita, bischero! Piuttosto come ti chiami?» Gli rispose Fettunta.
«Io sono Gieppo del Brusca – disse Bruschetta – e te come ti chiami?»
«Io sono Ser Lapo De’ Pazzi, nobile fiorentino, detto Fettunta.»
«O bravo Lapo De’ Matti, c’hai niente da mangià, che con tutto sto’ casino m’è venuta una fame?»
«Ora ti farò assaggia’ una mia specialità a cui ho dato il mio nome: La fettunta!»
Vedendo quel cibo il Bruschetta gli disse: «Ma che specialità e specialità! Questo qui è pane abbruscato con l’olio ed io lo preparo tutti i giorni per i miei amici che lo chiamano Bruschetta.»
«Senti Gieppo, questa è la fettunta!»
«No! Questa è la bruschetta!»
E così andando iniziarono ad alzare sempre più la voce finché non cominciarono ad alzare anche le mani: «È bruschetta! No, è fettunta» e giù botte da orbi.
Si dice che nelle sere di settembre, andando verso Montaperti, vicino all’Acqua Borra, ancora oggi si senta gridare: «È bruschetta! No, è fettunta».
Credo che poco importi quale sia il vero nome di questo cibo semplice ma sopraffino che i senesi continuano a chiamare bruschetta ed i fiorentini fettunta.
Quello che, invece, è importante è che sia fatto con fette di pane toscano sciapo avendo cura che vi sia la crosta tutta intorno (altrimenti ciondola da tutte le parti e non si tiene in mano). Dopo di che le fette vanno messe a bruscare (abbrustolire) sopra alla brace senza che si brucino ed in modo che l’interno rimanga morbido. Quindi si irrora con abbondante Olio Extravergine d’Oliva, meglio se nuovo e di Rigomagno e sale. A piacere si può strusciare sopra il pane un po’ di aglio.
Carlo Padrini