Premessa
Nel progetto iniziale di questo libro non era prevista alcuna forma di prefazione. Lasciare libero il lettore di capire i nostri intendimenti, passo dopo passo, con lo scorrere dei capitoli, ci era sembrato il modo migliore, ed anche l’unico, per assaporare il racconto. Concedere cioè il gusto della scoperta era, per noi, un fatto positivo: un elemento qualificante. Però, a lavoro praticamente terminato, il dubbio della incompletezza si è fatto improvvisamente avanti, turbando le nostre notti con angosciose domande alle quali non riuscivamo a dare le giuste risposte, ad iniziare da quella più generale del chi ce lo avesse fatto fare.
Nel frattempo una serie di inciampi avevano minato l’entusiasmo di alcuni ed i presupposti non facevano presagire niente di buono.
Colti da una improvvisa mania distruttiva, siamo stati fermati appena in tempo (per fortuna o per disgrazia, dipende dai punti di vista) da cestinare il tutto, da un interessamento per così dire “esterno”. Qualcuno, infatti, aveva chiesto agli autori (ci è sembrato con un velato spirito di approvazione, ma forse non era proprio così) dove trovassero il tempo per realizzare questi lavori, considerando i ritmi a cui la vita di tutti i giorni obbliga ciascuno di noi e soprattutto quando li pensavano.
Gli autori si erano guardati in faccia e poi avevano risposto, quasi in sincrono:
«E chi li pensa!»
Era evidente che due note di chiarimento si imponevano.
È iniziato così un lungo e travagliatissimo cammino di avvicinamento alla prefazione, iniziato con l’idea dell’auto presentazione, passato poi per l’abstract (o riassunto) in greco antico, da pubblicarsi in quarta di copertina; fino alla presentazione ad opera del noto personaggio il quale, con la sua sola presenza, avrebbe assicurato quel minimo di successo altrimenti irraggiungibile.
Abbiamo pensato che sarebbe stato più dignitoso affondare da soli.
Ed eccoci quindi alla tanto sofferta “premessa”, che abbiamo deciso di fare in terza persona, nel modo più distaccato possibile, a nome dell’Associazione Pro loco Rigomagno, o per meglio dire a nome di coloro che in questo momento hanno la responsabilità dell’indirizzo generale delle attività. Una puntualizzazione necessaria, non fosse altro per poter dare la possibilità di prendere le distanze dall’iniziativa a coloro che non dovessero, nell’immediato o in futuro, riconoscersi nella filosofia che emerge dal presente lavoro.
Non diremo della validità degli autori: questi abbiamo.
Non diremo neppure del modo con cui è stato trattato l’argomento, né spenderemo parole per asserire o negare i diversi riferimenti storici del volume, perché la gente crede, o non crede, indipendentemente da ciò che si scrive nelle prefazioni.
Diremo invece del perché. Avremmo preferito che lo si capisse da soli, ma probabilmente un accenno è necessario, non solo per comprendere meglio l’opera ma anche le motivazioni.
Visto che ci siamo riteniamo utile un’avvertenza.
Che questo libro non ha una forte connotazione scientifica è piuttosto evidente, ed a scanso di equivoci ci affrettiamo a ribadirlo, ma con una precisazione: non ci siamo fin qui vantati, né abbiamo intenzione di farlo ora, ma non vorremmo che questo nostro approccio, così informale e dimesso, così poco distaccato dalla “storia” e così tanto vicino alla vita di tutti i giorni, provocasse un rifiuto del lavoro svolto per “manifesta incapacità”, e la messa al bando del libro con infamia e ridicolo. Perché, in effetti, la ricerca è stata molto seria e l’esposizione contiene molte meno fandonie di libri molto più seri del nostro.
Ovviamente si tratta di una storia “secondo noi” (la storia, comunque, è sempre “secondo chi la scrive”), ed è una “storia locale”, vista oltre tutto dalla nostra parte formata, spesso, da piccoli fatti di vita quotidiana ed episodi microscopici, che un tempo si raccontavano nel dopo cena. Normalmente questa viene considerata “storia minore”, di scarsa importanza per “la conoscenza” e di poca “se non punta” necessità.
Si usa dire che i grandi eventi cambiano il mondo ed è vero, ma se non ci fossero i piccoli eventi, molto probabilmente non ci sarebbero quelli grandi, o per lo meno e questo è il punto che ci sta a cuore non si capirebbero.
In virtù di questa convinzione, per quanto siamo capaci, abbiamo cercato di contestualizzare la nostra “piccola storia”, cercando di spiegare anche le ripercussioni locali di fatti che si stavano sviluppando lontani.
Abbiamo cercato di raccontare, nel modo più semplice e vario possibile, un periodo molto lungo della nostra storia. Probabilmente abbiamo annoiato qualcuno e perso qualcun altro per strada, ma il metodo di indicare più cause per l’evolversi di un dato evento non è affatto sbagliato. Si tratta di una pratica scientifica applicata nell’ambito della comunicazione promozionale. E comunque, a prescindere dal conforto del rigore scientifico, riteniamo che nella gran quantità delle cose dette, qualcosa dovremmo essere riusciti a far capire, non fosse altro per sbaglio! Quest’ultimo concetto è anche noto come “legge dei grandi numeri”.
Ci auguriamo che altri, molto più bravi e preparati di noi, possano fare di meglio, partendo magari da quel poco che siamo riusciti a fare. Per il momento siamo felici per aver portato a termine l’impresa, e ci chiameremo soddisfatti se solo qualcuno non guarderà più al vecchio pozzo di piazza come ad un fastidioso ostacolo al parcheggio delle automobili.
Abbiamo dato a questo volume anche la caratteristica di contenitore, che poi è stato utilizzato per “archiviare” alcuni modi di dire, qualche tradizione ed un po’ di aneddoti “a rischio di estinzione”. La definizione non è particolarmente elegante, ma dovrebbe chiarire con efficacia il nostro punto di vista in proposito.
Ma c’è un altro aspetto non meno importante della conoscenza storica di un territorio: la conoscenza della gente che lo abita.
Sicuri di essere nel vero, abbiamo preso la scusa del 715º anniversario dalla fondazione di Rigomagno per parlare di noi, o meglio, per far capire il nostro modo di lavorare, il nostro pensiero, ed il perché delle nostre scelte. Se le iniziative che proponiamo sono diverse da quelle presentate da altre associazioni è perché, probabilmente, non siamo uguali a loro. Lo diciamo senza alcuna malizia: meno male che siamo tutti diversi.
Con la decisione di lavorare per una ricorrenza come questa ci siamo connotati, diciamo, al di fuori dello standard di un’associazione come la nostra. Volendo essere più precisi bisognerebbe anche dire che “la ricorrenza” è stata cercata, non è arrivata da sola come la grandine, ma correremmo il rischio di complicare troppo le cose.
Riassumendo: potevamo ricordare l’anniversario con una cena, oppure, potevamo non ricordarlo affatto, invece abbiamo deciso di pubblicare un libro.
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